New Mexico: scappo dalla vita, l’amore e le vacche

Abbandoniamo la Route 66 per lasciarci rapire dalla magia del New Mexico.

Fuori dal finestrino la terra è rossa, i canyon incorniciano l’orizzonte e le nuvole sono in realtà segnali di fumo.
Dalle viscere, il Rio Grande segna il confine tra Messico è Stati Uniti come una profonda ferita nel terreno.
Arriviamo a Taos, toccando i 3000 metri senza quasi accorgercene. Nella piazzetta principale coabitano negozi da cowboy con fucili e stivali, a fianco di quelli con braccialetti e archi dei nativi americani, il tutto in un mix di colori e odori messicani. La cosa mi lascia storicamente disorientata. Ma gli indiani non facevano guerra ai cowboy che non volevano vivere con i messicani? Mah. Il potere della globalizzazione…
Ci dirigiamo verso il pueblo di Taos – the place of the red willows – dove si può spiare la vita dei nativi americani che ancora ci vivono. Mi spiegano che i messicani hanno insegnato ai nativi come costruire le case in Adobe, mattoni di fango essiccato. Loro bravi bravi l’hanno fatto, e ancora oggi ci vivono.image
Io per reggere il tour ho bisogno di zuccheri: mi riempio le tasche di tipici biscotti colorati e fry bread, la versione in mais delle nostre cresciole di polenta, condite con miele, cannella e zucchero.
Finito il giro, ci fermiamo a chiacchierare con il costruttore di archi della tribù. Ci istruisce a puntino su come fare arco e frecce. Vedi mai che un giorno mi torni utile.
Ma il bello arriva ora. Tra una freccia e l’altra scoccata per sbaglio, sfiorandoti pericolosamente l’orecchio, mi si avvicina lo zio indiano che mi chiede in moglie. Senza tanti giri di parole. E visto come vanno le cose non la trovo neanche una brutta idea. Prima però deve studiarmi gli occhi. E mi pare pure giusto: prima di comprare una macchina non dai un’occhiatina dentro al cofano?
La risposta è che sono la donna dagli ‘occhi tempesta’. Vabbè che fossi un tipetto difficile già si sapeva. Insiste poi per una foto con me. Lo faccio, conscia che gli sto regalando la mia anima.
Certo, rispetto allo scorso anno, scoprire una minoranza etnica senza che nessun separatista ci venga incontro con kalashnicov e viso coperto mi fa pensare di non aver raggiunto pienamente l’obiettivo. Troppo facile. Ma c’è sempre quella mezza idea di gettarsi a 200 km all’ora verso il confine tra Messico e USA che non abbiamo ancora abbandonato.
Arriviamo al Rio Grande Gorge Bridge, il secondo ponte sospeso più alto degli Stati Uniti, direttamente sul fiume. Mentre i miei amici fanno ancora foto, io incontro Kay Valentine Smith.
Kiki per gli amici. Una vera figlia dei fiori. Mi parla dei bei tempi a San Francisco e del potere dei fiori, che vende in strane composizioni. Li bruci ad una festa o ad un barbeque e regalano pace a te ed ai tuoi ospiti. Non posso che comprare una sua creazione e sperare che diano pace anche a me. Ne ho bisogno.
Kiki è il più bel sorriso del New Mexico.image
Ci spingiamo verso Ojo Caliente, una stazione termale usata dagli indiani dove ci rilassiamo per qualche ora. Piscine bollenti dove cuocere: sole del deserto sopra, acqua che brucia sotto.
C’è anche il fango anticellulite. Il fango è la De Cecco della guerra alla ritenzione idrica. Te lo metti, ti essicchi al sole, ti sciacqui. È tutto come prima, però sei più contenta.
Tra un bagno e l’altro, mi siedo vicino ad un vecchietto new age che suona il flauto, come un indiano. La musica e lo scenario mi cattura così tanto da farmi dimenticare che c’è la sauna ad aspettarmi. Tralasciamo il fatto che il suo accappatoio sia aperto verso le parti basse, ma la musichetta è ipnotizzante. Scoprirò solo dieci minuti dopo e un temporale tropicale, che era evidentemente l’uomo della pioggia.
Contro ogni pronostico arriviamo ad Albuquerque per cena. Cerchiamo di fare un giro in notturna ma tutto è chiuso e le facce da brutti ceffi che incontriamo non ci mettono certo a nostro agio. Mangiamo al Frontier tra universitari, ciccioni e freak. Ottimi hamburger e piatti messicani.
Ripartiamo al mattino presto per un altro pueblo. Acoma – la Sky city – un insediamento indiano a circa 2000 metri su una mesa orizzontale: qui ti sembra veramente di essere immortale e che il tempo si sia fermato.
Il caldo oggi toglie il respiro. Vola via quasi tutta la giornata a cavallo delle nuvole. Ci rimettiamo in viaggio solo al tramonto.
Questa è la terra che dipinge Georgia O’Keeffe. Quella dei teschi, dei fiori e delle case color terra. Questa è la terra dove lo sguardo si perde perché non trova mai una fine, dove fuggi per ritrovare la tua libertà.
E anche noi fuggiamo. Ma dalle vacche che ci inseguono per la brillante idea di usarle come sfondo per le foto.image

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