Route 66. Tre uomini e una pessima idea

Ogni anno, ad Agosto, si verifica un curioso evento. La ragione abbandona questo mio corpo e mi imbarco, a caso, nelle più grosse stronzate vacanziere che mi si propongono.

Correva l’anno 2013 e l’idea fu il Messico on the road – quello impolverato e di frontiera dei libri di Cacucci, per capirci – con tre perfetti sconosciuti. Nessuno sapeva dove fossi. Chiaramente i miei compagni di viaggio pensarono bene di pubblicare una sola foto di me. Io che mi schianto una tequila, a mezzogiorno, in Belize. I miei non la presero benissimo. Il resto lo lascio alla vostra fervida immaginazione.
Vabbè lo scorso anno avevo trent’anni: ampi orizzonti, alternative minime, romanticismo a mille.
Quest’anno invece la scelta è caduta sulla madre di tutte le strade. La Route 66 con 2 ingegneri & lo Scrittore. Quando si dice complicarsi la vita…
Dieci ore di aereo passano a fare da chiusura automatica al bagno: “la porta è rotta, ci aiuti a sensibilizzare i passeggeri’ dice l’hostess. Non un film da guardare perché non ci sono schermi, aria condizionata puntata sui 3 gradi e ricordiamo c’è sempre la porta del bagno che non si chiude a 5 cm… Beh è chiaro che un dirottamento è la cosa migliore che ti possa capitare su un volo Alitalia.
Contro ogni pronostico, riusciamo a raggiungere gli Stati Uniti e l’inizio della Route 66.
Chicago è la pancia piena di metallo dell’Illinois. È bella, ma non mi emoziona. La scopro arrancando dietro le spalle dei miei compagni di viaggio. Ho clamorosamente sbagliato le scarpe che mi fanno malissimo. La cosa rimane tra me e i miei piedi: l’orgoglio sa soffocare ogni lamentela pur di non farmi sfanculare dagli uomini.
Di cose da vedere ce ne sono troppe e troppo turistiche, ma il tempo è poco. Una crociera sul lago Michigan non è nei miei schemi da alternativa, ma quando hai solo un giorno per vedere tutto ti devi adeguare. La barchetta scivola via tra Grattacieli, strade, palazzi Art Decò. Scendiamo dopo qualche ora per perderci in centro. Mi è sempre piaciuto perdermi tra le strade per scoprire la vera essenza del luogo, ma qui sono tutti troppo ordinati e dediti all’ospitalità: come provo ad avere una faccia spaesata, arrivano e mi obbligano ad accettare il loro aiuto e le loro indicazioni. In centro rimaniamo intrappolati nel Loop, il centro finanziario, per poi scivolare nel ricco Magnificient Mile fino a spingerti alla Sears Tower l’edificio più alto degli States dove facciamo un giro al tramonto prima che la nebbia del lago copra tutto.
All’ufficio informazioni, mentre gli altri si arricchiscono di cartine di ogni genere, incontro Rose e Grace, due donnone di colore sulla settantina dai vestiti fluo e treccine afro. Stanno sedute e dicono che sono troppo magra per essere americana. Tranquille ragazze, tre settimane di hamburger & patatine e non si noterà più la differenza. Supersize me America!
Rimaniamo in argomento. Il primo hamburger c’è lo spariamo da Lou Mitchell’s. Un’istituzione per Chicago. Il ristorante apre la serranda negli anni Cinquanta e dopo poco Uncle Lou capisce che per sfondare bisogna inventarsi qualcosa. Allora comincia a regalare donuts alle persone in fila. Lo fa anche oggi mentre aspetti per un tavolo. I più buoni che abbia mai mangiato.
Si fa sera anche a Chicago. Il jet lag ci fa crollare presto.
La mia mente è ancora dolorosamente piena, ma si sta liberando.

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